La storia

 

La Rivista, nata nel 1930, si affermò subito come voce autorevole e strumento di lavoro per certi versi insostituibile tra gli studiosi ed i pratici del diritto delle creazioni dell’arte, della letteratura, della musica.

Il successo della Rivista fu dovuto all’opera degli insigni giuristi che la tennero a battesimo: Eduardo Piola Caselli, Amedeo Giannini, Luigi Biamonti, ed il fondatore: Valerio de Sanctis, al quale ultimo va un doveroso, particolare ricordo, poiché, oltre a fondarla, la accompagnò per un lungo periodo con il suo prestigio e la profonda conoscenza di temi e problemi della proprietà intellettuale sia in campo nazionale che internazionale, avendo egli partecipato e dato un contributo essenziale alle Conferenze di revisione o di adozione di nuovi Trattati e Convenzioni internazionali nella materia.

Fin dai primi numeri la Rivista pubblicò scritti di giuristi stranieri, con ciò dichiarando la sua apertura ad un pensiero giuridico non ristretto ai confini nazionali; come insofferente dei confini - nonostante il retaggio statalistico, duro a morire, della territorialità - è sempre stata l’esperienza giuridica alla quale la Rivista si dedicava.

L’esigenza di un periodico italiano consacrato al diritto di autore si manifestava per due ordini di motivi: da un lato, come si legge in una nota di presentazione del primo numero della Rivista, stava la necessità della remunerazione e della protezione dell’opera dell’ingegno resa più urgente da quando l’inclinazione per le lettere, le scienze e le arti, già diletto di una ristretta aristocrazia o privilegio di pochi sfiorati dall’ala del genio, prese a divenire, con il diffondersi della cultura, un bisogno spirituale di molti. Dall’altro lato, cresceva la internazionalizzazione della domanda di protezione delle opere letterarie, musicali e artistiche.

L’Atto di revisione della Convenzione di Unione di Berna, adottato a conclusione della Conferenza Diplomatica tenutasi a Roma nel 1928, imponeva un rinnovamento della legislazione nazionale italiana, come di quella di altri Paesi che facevano parte dell’Unione. Di qui, l’attenzione portata dalla Rivista, nel suo primo decennio, all’aggiornamento della legge del 1925. Gli studi, anche comparatistici, per la riforma della legge, la gran parte dei quali pubblicati nella Rivista, portarono all’adozione della legge del 1941, la n. 633, ancora oggi meritatamente reputata come una delle migliori leggi in materia.

Il secondo decennio della Rivista fu attraversato dagli anni tristi per l’Italia e per l’Europa tutta. Per la prima (e per l’unica volta), la Rivista dovette interrompere il suo ritmo trimestrale di pubblicazione ponendovi rimedio con un fascicolo unico che comprendeva gli anni 1943 e 1944.

A partire dagli anni cinquanta, la Rivista ha iniziato a portare la propria attenzione ai problemi proposti dalla ripresa delle attività nei settori della letteratura, dello spettacolo e, in particolare, ai problemi della produzione cinematografica e di quella radiotelevisiva. Di qui, una ricca casistica che propiziò la fioritura di commenti e saggi che la Rivista ha ospitato. All’inizio degli anni ’60 la pubblicazione è stata affidata all’Editore Giuffrè e ciò ha contribuito ad una maggiore diffusione del periodico tra quanti, per ragioni di studio o di lavoro, erano interessati alla materia della proprietà intellettuale.

Le nuove tecniche di fruizione e di sfruttamento economico delle opere dell’ingegno hanno, in tempi più ravvicinati, impegnato la Rivista nell’analisi e nella valutazione della risposta del diritto alla sfida che le nuove tecniche via via lanciavano agli interessi implicati nell’innovazione culturale. Un impegno questo che si è rinnovato, di fascicolo in fascicolo, a misura che la dinamica tecnologica generava nuove opportunità per l’innovazione e nuovi profili per la proprietà intellettuale.

Il Direttore

Paolo Agoglia